L’altra faccia della migrazione

La cooperativa che fra i tanti servizi (educativi, socio assistenziali ed inserimento lavorativo) si occupa anche di accoglienza e integrazione coinvolta per il Festival delle Diversità 2017, all’interno del pic-nic della domenica (sotto, le foto), è la cooperativa Camelot di Ferrara, nata nel 1999 come coop sociale ed impegnata nell’assistenza ai migranti richiedenti asilo da una decina di anni. All’inizio dell’attività di accoglienza, nel 2001, la coop si occupava del Centro servizi integrati per l’immigrazione di Ferrara e dei comuni della provincia coordinato dall’assessorato alle Politiche sociali di Ferrara e gestito da Camelot stessa. Nel 2006 ha aperto la prima struttura di accoglienza Sprar; da allora sono seguite molte altre esperienze ed oggi Camelot è attiva sui territori di Ferrara, Ravenna e Bologna, Imola compresa.

Abbiamo chiesto a Francesco Grossi, operatore socio-culturale ed oggi anche referente territoriale per i progetti su Imola, in cosa consiste il lavoro dell’accoglienza, un’attività oggi ancora più delicata di ieri per via dell’emergenza e degli equilibri politici riguardo quello che resta un dovere di tutti gli Stati: l’accoglienza internazionale.

Francesco, con quale percorso di diventa operatori socio-culturali?

“Oggi esistono diverse strade, fra cui corsi di laurea ad hoc. Personalmente vengo da studi universitari in Antropologia, durante i quali ho scelto un tirocinio formativo presso il CIE di Bologna, a stretto contatto con i primi migranti dell’emergenza Nord Africa. Per caso mi sono trovato in una realtà particolare, ricca dal punto di vista umano ma anche delicata; in pochi mesi ho capito che sarebbe stato il mio lavoro e nonostante altre esperienze dopo il tirocinio, ho avuto la fortuna di incontrare Camelot che mi ha accolto nell’ambito di lavoro che volevo seguire”.

Che lavoro è quello dell’operatore socio-culturale?

“Un lavoro complesso ma fondamentale. Bisogna saper operare in maniera trasversale fra tematiche differenti: sociali, psicologiche, burocratiche. Le professionalità che lavorano nell’accoglienza sono molteplici: oltre agli operatori ci sono psicologi, insegnanti di italiano, mediatori linguistici, animatori sociali, consulenti legali. Ognuno ha il suo compito, tutti ruoli importanti con grandi competenze, per i quali servono anche consapevolezza e conoscenza, e per questo la formazione è continua. L’operatore però è il primo riferimento dei beneficiari e deve saper rispondere ai bisogni fondamentali e mettere in contatto con le altre professionalità secondo le esigenze. E poi non bisogna dimenticare tutte le figure che operano nella gestione dei progetti, nel coordinamento e in amministrazione; non direttamente sul campo, diciamo, ma si tratta comunque di ruoli connessi all’accoglienza”.

Chi sono i beneficiari dell’accoglienza, quelli che comunemente sono chiamati migranti?

“Sono persone, non di più non di meno. Persone con storie spesso difficili, con differenze gli uni dagli altri che li rendono unici. Per questo non mi piacciono i termini plurali come migranti o richiedenti asilo, appunto. Dal punto di vista tecnico, sono persone giunte in Italia al fine di richiedere protezione internazionale o umanitaria come sancito dagli Accordi di Ginevra che l’Italia ha sottoscritto, perché la protezione è un diritto dell’individuo. Nel loro percorso di accoglienza, i migranti devono corrispondere la propria storia ad una Commissione territoriale che si occupa poi di rilasciare il documento di protezione più opportuno sulla base della storia: asilo politico e protezione sussidiaria durano 5 anni, protezione umanitaria due. È anche possibile che la protezione non sia riconosciuta”.

Perché hai scelto questo lavoro?

“Avere a che fare con le storie delle persone è sempre emozionante. Si tratta di persone diverse da me e dai miei conoscenti, che provengono da luoghi diversi da quelli che conosco, che hanno esperienze diverse. Oltre alla definizione data prima, si tratta di persone. E questo rende il mio lavoro ricco ma complesso. Servono impegno e motivazione”.

Una tua motivazione?

“Come ho detto, le esperienze. Ad esempio un paio di settimane fa mi ha emozionato molto vedere lo spettacolo I minotauri al quale hanno collaborato e partecipato alcuni ragazzi del centro di Imola La Pascola impegnati nel volontariato con l’associazione culturale Extravagantis. Alla stessa maniera è stato emozionante ed arricchente l’esperienza con voi di due anni fa (lo spettacolo Bhramanakariri-Viaggiatori per il Festival delle Diversità 2015, ndr). Questi momenti di condivisione sono molto importanti per i nostri ospiti, sono momenti che veicolano integrazione con il territorio, un’integrazione utile per loro ed anche per il territorio stesso”.

Credi che si possa fare di più?

“Assolutamente. In primis con le collaborazioni come queste, ottimi modi per coinvolgere entrambi i lati dell’integrazione: chi accoglie e chi viene accolto. Camelot da questo punto di vista è sempre disponibile ad attivare nuove forme di collaborazione, di incontro e di valorizzazione delle comunità. Del resto fino a che i richiedenti asilo si trovano in un centro di accoglienza fanno al cento per cento parte di una comunità, e allora è bene cercare punti di contatto che possano arricchire tutti”.

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